|
martedì, maggio 13, 2008
La Birmania (il Myanmar, se preferite) è scomparsa dai giornali, ci sono altre novità, non ci si può occupare di tutto. Prima si era rapidamente eclissato anche il Tibet; tra meno di tre mesi ci sono le Olimpiadi, anche il Sichuan sparirà presto dalle prime pagine.
I diritti umani, invece, non sono mai apparsi: ci vorrebbe un terremoto, sì, delle coscienze. Ma, contrariamente alle loro abitudini, pare che i cinesi quella roba lì non la copino; anzi, si mormora che in parecchi, anche qui da noi, si siano messi a copiare i cinesi. E i sismografi, obbedienti, tacciono.
By Slowhand, 13/V/2008
Pubblicato su OCE
giovedì, maggio 08, 2008
L’Inter è andata dal Papa; a noi invece avrebbe fatto bene una visitina al Divino Amore, e questo per due motivi.
Primo, perché è inutile negare che, alla fine, un po’ di sfiga c’è stata, e con un "aiutino" dall’esterno magari uno dei due tiri che, nel giro di dieci minuti, si sono stampati sul palo, sarebbe entrato. E allora, oggi –forse- parleremmo di una partita molto, molto diversa. E vabbè, la palla è rotonda, il palo è un tiro sbagliato, rigore è quando arbitro fischia e non ci sono più le mezze stagioni. Abbiamo perso, e amen.
Secondo… beh, ci vuole un po’ di più, a spiegarlo. In sostanza, il concetto è semplice: la Lazio, questa Lazio, non solo non è all’altezza delle squadre di prima fascia (contro le quali, salvo il derby di ritorno –che, come tutti sappiamo, fa storia a sé- ha sempre perso), ma incontra serie difficoltà anche contro la “versione ridotta” di queste stesse squadre; e per competere con le squadre di seconda fascia deve comunque lottare ed esprimersi al meglio delle sue potenzialità: ovvero, deve essere in grado di mettere in campo i suoi undici uomini migliori, in uno stato di forma e concentrazione almeno “buono”; ed è evidente a tutti che questo, nel corso della stagione, non è avvenuto spesso. E allora, ecco che un "aiutino" serve come il pane.
Parliamo seriamente? OK. La partita di ieri è non solo il degno coronamento, ma il simbolo stesso, il riassunto in novanta minuti di una intera stagione giocata all'insegna del "vorrei, ma non posso".
L’anno scorso siamo stati protagonisti di un’esperienza entusiasmante, frutto non solo del lavoro di società, squadra e allenatore, ma anche di circostanze favorevoli e di una “situazione oggettiva” per certi versi irripetibile.
Eravamo, siamo, consapevoli –almeno chi è capace di ragionare- che la società si dibatte in una difficile situazione economica e che, anche se ora naviga tranquilla, risente del dissesto milionario degli anni passati, e ne sta ancora pagando (in senso figurato e reale) le spese. Nessuno –sempre fra quelli capaci di ragionare- chiedeva al presidente Lotito di svenarsi per raggiungere traguardi di sogno che avremmo fallito in ogni caso. Si chiedeva –ancora quelli capaci ecc ecc- di allestire una squadra in grado di partecipare alla Champions League con dignità, passando –come ampiamente possibile, visto il sorteggio- il primo turno (e incamerando, effetto non secondario, i relativi quattrini), e di portare a casa –in campionato- un piazzamento UEFA. Si chiedeva di spendere –oculatamente- i soldi necessari, senza fare follie per acquistare campionissimi o presunti tali, ma giocatori validi, onesti, motivati, da affiancare a quelli che la scorsa stagione avevano ben figurato.
La campagna acquisti, invece, non è stata all’altezza delle aspettative né, quel che è peggio, delle ambizioni; e, ripeto, non di vaghi sogni si trattava, ma di ambizioni reali, soppesate, realizzabili.
E siccome si ha un bel dire che la palla è rotonda, il calcio –come ogni sport- fa sognare per un giorno, per una settimana, per un mese… ma nel lungo periodo vengono a galla la solidità, la tecnica, la preparazione, l’organizzazione.
Troppi giocatori, l’anno scorso, sono stati sopravvalutati rispetto alle effettive capacità. Altri, magari validi, sono stati dati via con eccessiva precipitazione e senza troppo discernimento. Tanti, quest’anno, sono stati sfruttati oltre il ragionevole; così si moltiplicano gli infortuni, e si espongono i giocatori stessi a prestazioni di scarso livello, che causano critiche e generano nervosismo, che –come si sa- è la prima causa di scarso rendimento. Lo spogliatoio (la famosa “coesione”) non è compatto come l’anno scorso; è noto che le vittorie portano vittorie, le sconfitte portano sconfitte. Lo stesso allenatore, trascinato anche in storie che certamente non gli hanno dato serenità, non ha mostrato la stessa lucidità, la stessa capacità di iniziativa; e il materiale umano a disposizione non lo ha aiutato molto. Come si dice, si fa quello che si può; e con tutta la simpatia, è evidente che se, per sbloccare una partita difficile, si deve –per esempio- togliere Pandev per far entrare Tare, c’è qualcosa che non va: ma non in quella partita, proprio in generale.
Io sono stato –e sono tuttora- grato al presidente Lotito per aver salvato la Lazio, mentre intorno volavano avvoltoi travestiti da aquile; di aver agito, mentre tanti aprivano la bocca senza muovere un dito. Sono stato –e sono- consapevole di quanto ingenerose, artefatte, strumentali e capziose fossero molte delle critiche e delle contestazioni che gli sono state rivolte in questi anni. Condivido persino la sua idea di sport quale veicolo di valori sociali, e il fatto che parli latino non mi fa ridere, anzi persino un po’ mi inorgoglisce, se lo paragono all’italiano stentato di Biscardi, ai borbottii di Moggi, alla sbrasate di Capello, all’isteria di Materazzi, alle ripetitiva vacuità di trentamila interviste sempre uguali fatte da giornalisti che non mettono due congiuntivi di fila ad allenatori e calciatori incapaci di esprimere un concetto diverso da “cercheremo di vincere per i nostri tifosi”.
E però, presidente Lotito, adesso siamo pari. Il credito si è esaurito: questa stagione fallimentare, deludente, in cui troppe sono le cose andate male perché si possa parlare solo di “sfortuna”, ha portato la bilancia a zero.
Il primo dei valori dello sport, di cui la nostra Lazio si è sempre fatta portatrice ovunque andassero i suoi antichi e nobili colori, è la capacità di riconoscere le sconfitte, e di ammettere gli errori. Il secondo è quello di porvi riparo, di fare di più e meglio, per confrontarsi di nuovo con gli avversari, ed uscire vittoriosi.
E allora adesso tocca a Lei, presidente, mostrare quanto crede in quei valori di cui ci ha tanto spesso parlato. Abbiamo perso. Mostri di saper cambiare ciò che è sbagliato, di poter andare avanti per la strada giusta, e i laziali la seguiranno. Non Le chiediamo di allestire una squadra che vinca sempre contro chiunque: lo sappiamo che è un sogno. Le chiediamo una squadra che possa giocarsela, una squadra che non abbia bisogno di andare al Divino Amore per poter sperare di battere le avversarie.
Se può farlo, lo faccia: deve farlo, è il suo compito. Se non è in grado, se non può, se non vuole, passi la mano; ma non creda di poterci prendere in giro. Non più.
By Slowhand, 8/V/2008
martedì, maggio 06, 2008
Poi si dice che non esistono più le emozioni irrinunciabili.
(P.S.: leggete anche i commenti, e poi ditemi se avete pensato la stessa cosa che ho pensato io)
By Slowhand, 6/V/2008
Pubblicato su OCE
martedì, aprile 29, 2008
(ovvero: quindici motivi per cui Alemanno ha battuto Rutelli)
1) C’era il ponte, e –anche se in tanti non l’hanno ancora capito- la “piccola borghesia” con la seconda casa al mare vota a sinistra, mentre tanta “ggente de borgata” vota a destra.
2) Il ritorno di Rutelli era più una minaccia che una promessa.
3) Quelli della “sinistra radicale” stavolta a votare non ci sono andati.
4) Quelli della “sinistra radicale” hanno votato Alemanno per fare un dispetto a Veltroni.
5) C’è stato l’effetto trascinamento della vittoria di Berlusconi.
6) Roma non è il far west, e però alla gente non piace l’idea che se uscendo da casa incontri la gente sbagliata, puoi non tornare tutto intero, o non tornare per niente.
7) Roma non è il far west, e però abbiamo tutti le inferriate alle finestre fino al 15° piano, e un motivo ci sarà.
8) La “cura del ferro”. Va bene, ma dopo quindici anni di premiata ditta Tocci / Di Carlo le code per strada sono aumentate, e se uno ha un appuntamento l’autobus è l’ultima risorsa da prendere in considerazione.
9) La “sosta tariffata”. A parte il piccolo particolare che –così come realizzata a Roma- è illegale, i proventi dove vanno a finire, se poi i parcheggi che si costruiscono vanno in vendita, o in gestione ai privati?
10) La città europea con più moto e motorini ha delle strade che sembrano un groviera. A confronto del tragitto Tiburtina-centro, la Parigi-Dakar è una simpatica passeggiata. E i parcheggi “legali” sono ridicolmente inadeguati alla bisogna.
11) ‘A festa der cinema, ‘a notte bbianca, ‘Auditorio… bello, bbello tutto, ma…..?
12) Patrizio sta in Africa, e non se la passa bene, e siamo tutti d’accordo che non è una cosa bella. Ma sull’Aniene, alla Caffarella, e in tanti altri posti ci sono le baracche, e non è che se la passino tanto meglio.
13) “Città accogliente” non significa che tutti quelli che arrivano possono fare il cazzo che vogliono, mentre io (che pago per tutti) devo stare zitto e buono.
14) Fascista? Ma vaffanculo, se fa in modo che all’asilo si trovi posto anche per i figli nostri, va benissimo. E poi le case popolari, i vigili, le strade, le multe, le cartelle pazze, la ZTL. La STA. La GERIT.
15) Alemanno è più bello. La gente si era rotta i coglioni. Veltroni porta sfiga.
By Slowhand, 29/IV/2008
giovedì, aprile 24, 2008
Dato che esiste una nutrita (ben nutrita, in tutti i sensi) schiera di manager o presunti tali che considera "lavoro" la reiterata preparazione di presentazioni in PWP, non mi sento particolarmente colpevole se per una serie di motivi che non starò a spiegare succede che, invece di sedermi alla scrivania, partecipo più o meno attivamente a riunioni, briefing, meeting, incontri, seminari, conferenze (potete aggiungere tutti i sinonimi conosciuti) su argomenti che si presumono avere attinenza col mio lavoro.
A volte, però, questo genere di "distrazione" -che è persino gradevole se praticata con moderazione- diventa molesta, come nel caso presente: da giovedì scorso -una settimana piena, quindi- sarò stato nel mio ufficio non più di due ore. E giuro che di tutto questo tempo in cui mi sono "interfacciato" a vario titolo con altre entità, almeno tre quarti è stato impiegato in verbosi "report", "analisi" e "proiezioni" del tutto inutili; alcuni solo perché mal fatti, altri perché derivati da quella curiosa "strategia manageriale" per cui se un produttore di detersivi adotta un sistema di verifica di gradimento dei suoi prodotti, un'azienda di pompe funebri può adottare acriticamente e pedissequamente lo stesso sistema (e che diamine, funziona, no???).
L'overdose di dati che i sistemi informatici ci mettono a disposizione fa sì che qualsiasi richiesta di "organizzazione" degli stessi possa essere soddisfatta, indipendentemente dall'effettiva utilità; il servilismo fa il resto, nel senso che nessuno dei "manager" intermedi ha il coraggio di dire al suo lupmann che la ricerca che ha ordinato, che impegnerà cinque "risorse" per una settimana distogliendole dall'attività ordinaria, non ha alcuna effettiva utilità. Ma è così bello proiettare grafici... e non parliamo della soddisfazione di illustrarli per ore a una platea che nel frattempo sta cercando plausibili motivazioni che giustifichino la differenza di stipendio, o si preoccupa del futuro di un'azienda in cui nessuno sa più dire "no", in cui lo sforzo di "omologare" sta cancellando tutte le peculiarità che l'hanno resa vincente. La consolazione è che finora l'azienda in oggetto ha guadagnato così tanto che probabilmente farò in tempo ad andare in pensione (a Dio piacendo) prima che finiscano di sfasciarla del tutto.
A proposito: un ormai ex collega ripeteva spesso una curiosa considerazione: "Trent'anni fa nell'ufficio eravamo in dieci. Avevamo la penna e la macchina da scrivere, e c'era solo un telefono per tutti, sulla scrivania del capoufficio. C'erano dei problemi, ma si lavorava, ognuno faceva un pezzo e l'azienda andava. Oggi siamo in tre, abbiamo due computer a testa, fax, mail, internet, tre videofonini. E però se non si fanno gli straordinari, e due volte a settimana non si prende l'aereo per incontrarsi con qualcuno, non funziona un cazzo". Si stava meglio quando si stava peggio?
Al termine di questa settimana di chiacchiere, anche io mi sento pieno di sagge riflessioni, che condenserò in un'unica perla: comunque, finché dura, è sempre meglio che andare in miniera.
By Slowhand, 24/IV/2008
Pubblicato su OCE
|